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michele il giovane

michele il giovane

sono qui di passaggio............................................................ (E MANIFESTO UN COMPLESSO DI QUALITA')
2 December

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Oggi all’università ho incontrato un compagno del liceo.

Scopro che ha intrapreso la carriera politica e, a soli ventitrè anni, già si occupa di finanza pubblica a livello nazionale. Era con una compagna del partito, anzi un’amica (sono iscritti ad un partito cattolico).

Ho notato la sua soddisfazione quando gli ho detto che mi sono dato alla narrativa. In passato eravamo molto amici e lui mi esortava in ogni modo a lasciare perdere gli studi giuridici.

La sua voce contrastava troppo con il mio percorso e ne ho dovuto abolire l’ ascolto: oggi, rincontrandolo e spiegandogli le cause del mio allontanamento, ho formalizzato con lui il nostro rapporto.

A pranzo sono stato con Freud e James Bond.

James ci informa che vogliono modificare l’articolo della Costituzione che stabilisce i criteri procedurali di riforma costituzionale. Modificarlo in senso più flessibile.

Freud ci spiega come per lui, a livello ideologico, la Costituzione debba essere sacra ed inviolabile. Un complesso di valori condivisi che sono e devono essere alla base della società italiana.

Gli dico: “sempre che le condizioni storiche non richiedano diversamente”, ricordandogli tra l’altro la differenza tra costituzione formale (il testo) e costituzione materiale (la degenerazione fattuale del testo). Infine cito Pietro Rescigno, che al contrario di quanto pensava la maggioranza dei gius-pubblicisti, riteneva la Costituzione italiana una carta profondamente borghese, pertanto in suscettibile di un’ evoluzione in senso socialista.

Insomma ho cercato di svolgere la mia funzione di antitesi, benché fossi esattamente d’accordo con Freud.

Poi Freud e James Bond si sono persi a parlare di democrazia senza trovare punti di contatto: il primo concepisce la democrazia come una forma di codecisione diretta realizzabile attraverso la formazione di piccole collettività di soggetti; il secondo come un’euritmia istituzionale, un sistema pluralistico a base rappresentativa.

Caffè, sigaretta e si riprende a lavorare.

 

25 May

DALLA NECESSITA AL FINE

Il sole sorge ogni mattino e noi uomini ogni mattino ci alziamo per combattere. Chi combatte per sopravvivere, chi per difendere la propria posizione. E nessuno si accorge della bellezza del sole.
L'ingiustizia, la disuguaglianza, l'alienazione sono diventati strumenti necessari per la sopravvivenza dell'uomo: i poveri, i disadattati, i prigionieri della società elevano il bisogno di emancipazione a loro ragione di vita e combattono quotidianamente in tal senso. I potenti, invece, o gioiscono della loro condizione di supremazia e trovano in essa godimento e necessità di potenziarla (la destra), o lottano perchè le condizioni degli uomini siano umanamente accettabili in tutto il mondo e fanno di tale lotta la loro ragione di vita (la sinistra).
Temo che l'uomo non sappia ragionare e non riesca ad immaginare la propria vita senza contraddizioni, ha bisogno di contraddizioni per orientare la sua tensione verso il superamento di esse. Altrimenti sarebbe costretto a piangere della propria condizione esistenziale.
Chiudo con una citazione di Karl Marx.
"La necessità di rinunciare alle illusioni sulla propria condizione è la necessità di rinunciare a una condizione che ha bisogno di illusioni. La critica non ha strappato i fiori immaginari dalla catena perchè l'uomo continui a trascinarla triste e spoglia, ma perchè la getti via e colga il fiore vivo".
23 May

LA RAGIONE LIMITA LA CONOSCENZA?

L'uomo tende ad individuare le leggi che regolano la natura e a riordinarle in modo compiuto e forse anche finalistico. Ma nel farlo egli è vincolato dalle proprie strutture mentali razionali che pertanto condizionano l'approccio ed il metodo di lettura della realtà. Dunque la conoscenza dell'uomo non è assoluta, ma valida solo in relazione alle strutture mentali razionali a lui proprie. La spiegazione che l'uomo dà di ogni fenomeno è chiusa all'interno delle sue strutture mentali razionali, cioè di quei solidi binari che gli permettono la sopravvivenza. Si può affermare così che, nel corso della sua evoluzione, l'uomo ha cercato di spiegare i fenomeni, di leggere la realtà, limitandosi invece solo a spiegare le proprie strutture mentali razionali. Ogni metodo di lettura non sarebbe altro che un'estensione analogica delle strutture mentali razionali dell'uomo.
Il problema è dunque quello di capire se le strutture mentali razionali permettono di comprendere oggettivamente la realtà così come è oppure se esse sono semplici schemi comuni (e quindi condivisi) che costituiscono una realtà razionale diversa dalla realtà così come è (se è).
L'unica certezza è quella di definire la ragione come una funzione che permette di spiegare i fenomeni. Spiegarli razionalmente, attraverso chiavi di lettura razionali.
L'uomo può ambire ad una conoscenza più ampia liberandosi dalle strutture mentali razionali o senza di esse sarebbe condannato a tornare allo stato istintuale? Esiste una conoscenza più ampia o quella razionale è l'unica possibile?
14 May

DALLA PERCEZIONE ALLA CONOSCENZA

Credo di essere percezione e lingua. E' possibile un pensiero senza percezione e senza lingua? E' possibile comprendere in maniera intellettuale la percezione senza la lingua? Mi sembra che sia la lingua a dare vita alla percezione. O meglio: solo attraverso la lingua l'uomo può compiere quell'atto rivoluzionario di dominio sulla percezione.
Non conosco il pensiero fine a sè stesso e dunque ritengo che il pensiero non esista.
Posso rappresentare e dunque configurare a livello mentale la percezione oppure utilizzare dei vocaboli per spiegare una percezione. Ma il pensiero al di là della parola che lo definisce non è una realtà. Come posso comprendere in maniera intellettuale di essere vivo senza l'affermazione lessicale "sono vivo". Il pensiero di essere vivo non esiste. Sempre che il pensiero non coincida con la parola che lo definisce e che inevitabilmente lo anticipa. Dunque è la parola a creare pensiero.
Parlo, dunque organizzo e controllo la percezione.
In tal senso è impossibile ritenere che ci sia il pensiero a fondamento della realtà. Esiste piuttosto una realtà che l'uomo struttura attraverso la lingua.
Con la lingua l'uomo cerca di dare una forma alla realtà attraverso un'interpretazione. Questa interpretazione, che si sostanzia in un enunciato lessicale, forma il pensiero che si identifica con l'enunciato.
E' interessante che per interpretare la realtà siamo soliti utilizzare metodi di lettura differenti rispetto a quelli che usiamo per interpretare un sogno. In genere interpretiamo la realtà sulla base del principio di causa ed effetto, mentre interpretiamo il sogno sulla base del principio di associazione di idee.
Mi viene dunque un dubbio.
La realtà risponde al principio di causa ed effetto, mentre il sogno no. Può essere però che ciò sia determinato dalla differente conformazione strutturale della mente umana a seconda degli stadi della vita: realtà e sogno. E se la conformazione strutturale tipica del sogno esplodesse in fase di vita reale, il principio di causa ed effetto sarebbe ancora valido? Esisterebbe a prescindere? O potrebbe ritenersi la maschera con cui si configurano nella realtà i processi psichici?
Il principio di causa ed effetto esiste ed è la nostra coscienza. E' la legge suprema che, una volta appresa, guida l'uomo in ogni sua azione. Solo con la scoperta del principio di causa ed effetto può nascere l'etica. E' da questa scoperta che nasce ogni legge morale. La scoperta di esso ha condotto l'uomo a dominare la sua natura, a compiere delle scelte.
Con la scoperta del principio di causa ed effetto, l''uomo si è ritrovato a comprendere la sua stessa natura e con l'atto si è separato da essa.
Ha perso la sua libertà o ha conquistato la sua libertà?
Ha conquistato la facoltà di scelta, uscendo in qualche modo dal disegno predefinito della sua natura ed è diventato schiavo di tale libertà.
Innanzitutto ha deciso di regolare le proprie attività rendendo necessario che la propria natura si manifestasse attraverso processi inconsci tendenti al recupero della medesima. Tali processi guidano l'uomo nel suo agire e si manifestano esteriormente attraverso razionalizzazioni rispondenti ai requisiti richiesti dall'etica.
Inoltre attraverso la comprensione della meccanica è divenuto arbitro consapevole della propria vita senza però risolvere la sua stessa natura. E' divenuto in qualche modo essere imperfetto. Perfetto era quando agiva secondo natura, perfetto sarebbe se risolvesse la propria natura. Si è fermato invece ad uno stadio intermedio: si è separato dalla natura nel comprendere il suo esistere, ma non è riuscito a comprendere il significato del suo esistere. Ha iniziato così a porsi domande alle quali non è riuscito a dare risposta e la sua azione mentale ha teso costantemente alla risoluzione del dubbio, ad una verità luminosa.
Vorrebbe, in altri termini, ricavare una nuova categoria: la categoria del tutto. Quella categoria ingrado di fornire una spiegazione universale dell'esistente.
Credo che tale tensione non sia altro che la nostalgia di quello stadio in cui l'uomo era parte del tutto prima di uscirne. Di quando la natura umana si poteva manifestare liberamente. Di quando l'uomo era un essere perfetto.
Ecco. Ho cercato di interpretare, di dare una lettura e dunque una forma. Interpretazione piena di lacune e di certezze frutto anche del retaggio culturale subito.
Posso chiudere affermando l'unica certezza. L'uomo sviluppa la propria tensione ad interpretare il rale attraverso modelli che si limitano a leggere i fenomeni sotto un determinato punto di vista che non potrà mai essere spiegazione assoluta.

10 May

LE PAROLE

Attraverso questi segni io posso esprimermi.
 Avrete capito che il destinatario ideale cui mi rivolgo è forse un extraterrestre oppure un ipotetico uomo del futuro. Sembra quasi che mi sia posto il problema che questo ipotetico destinatario non conosca le parole con cui ci si esprime nella cultura in cui vivo. Ciò è chiaro quando dico:"(...)Vivo in Italia, una frazione del pianeta terra a forma di stivale, ossia di un indumento atto a coprire il piede. Il piede è l'estremità inferiore del corpo umano (...)". Avrei potuto continuare fino all'infinito compiendo dunque il paradosso: nel timore che il destinatario non conosca la nostra parola, cerco di spiegargliela con altre parole. Si tratta evidentemente di un inutile tentativo destinato al fallimento.
Presupposto della comunicazione è, dunque, il linguaggio inteso come sistema di segni convenzionali riconoscibili dalle parti che comunicano.
Tuttavia nel compimento di tale paradosso destinato al fallimento, emerge comunque un dato significativo. Se io utilizzo le parole correnti per spiegare un fenomeno, tale fenomeno è chiaro, individuato dal destinatario e per questo accettato. Se altrimenti utilizzo nuove parole e tendo a spiegare le parole correnti mediante altre parole, induco il lettore destinatario alla riflessione. Lo trascino in un percorso volto a vedere cosa si nasconde dietro le parole.
Le parole sono come istituzioni e vengono accettate in quanto tali. Hanno un potere incredibile in quanto finiscono per celare i fenomeni che vorrebbero rappresentare. E' infatti facile ritenere che se conosciamo una parola conosciamo anche il fenomeno che questa vorrebbe significare. E invece il più delle volte conosciamo le parole soltanto, le utilizziamo come se ci appartenessero, quando invece non abbiamo compreso la realtà che esprimono.
In un contesto storico come il nostro in cui si fa un grande uso delle parole è difficile immaginare una laicità dell'uomo.
Sin da piccolo sono stato bombardato dalle parole: a casa, a scuola, dalla televisione.
A scuola, ad esempio, mi hanno raccontato il percorso storico dell'uomo sulla terra (gli avvenimenti, le scoperta scientifiche ect.); nessun professore però mi ha mai aiutato a sperimentare tali scoperte, a farle mie. Mi hanno presentato le scoperte dell'uomo come dati di fatto, come cetezze da accettare. A scuola sono sempre stato promosso e, almeno per quanto riguarda le materie scientifiche, mi sono sempre limitaton ad apprendere le parole che spiegano un fenomeno senza però conoscere il fenomeno stesso. Sono stato da più parti indotto a pensare in una data maniera senza che nessuno mi aiutasse mai a sottoporre a verifica le cetrezze date.
Il fatto che esistano delle parole per esprimere un fenomeno è fonte di serenità. Ci induce ad accettarlo, per la sola sua individuazione, anche senza conoscerlo. Conosco la parola, conosco il fenomeno.
La maestra chiese allo studente:"Cosa hai fatto ieri sera prima di andare a dormire?" e lo studente rispose:"Ho guardato la televisione con la mia famiglia".
La maestra chiese allo studente:"Cosa hai fatto ieri sera prima di andare a dormire?" e lo studente rispose:"Mi sono riunito con mio padre, mia madre, mio fratello e mia sorella intorno ad uno scatolone tecnologico. Lo scatolone mi ha permesso di vedere altre persone che non erano insieme a noi, ma che si rivolgevano a noi. Spesso scorrevano immagini accompagnate da una voce che ci consigliava di acquistare questo o quel prodotto. Il mio sguardo, e quello dei miei famigliari, era costantemente orientato verso lo schermo.  Siamo rimasti per più di due ore, in silenzio e senza mai scambiarci sguardi, avanti allo scatolone.
7 May

ESSERE IN UN CONTESTO

Sono un essere pensante, cioè ho una consapevolezza continua di essere in vita.
Tale consapevolezza non mi abbandona mai ed è la cosa più grande che ho. Non ho controllo su essa nel senso che non posso interromperla nemmeno per un istante. E' una compagna di viaggio che non tradisce mai. Ogni tanto me ne vorrei liberare in quanto ne avverto il peso, ma poi comprendo che liberarsene significa sperimentare quel fenomeno di completa paralisi che chiamiamo morte.
Insomma sono schiavo di tale consapevolezza.
Per fortuna ho anche altre cose da fare oltre al pensare di essere vivo.
Alcune di queste, per quanto ne so, sono fondamentali se non voglio finire paralizzato agli occhi degli altri vivi. Si tratta di mangiare e bere, ossia di assumere sostanze solide e liquide al fine di espellerle. Non ho mai provato a rinunciare a tale attività. Come vi ho detto, per quanto ne so, l'uomo ha bisogno di assumere ed espellere sostanze. E come lui anche gli altri animali.
Di sicuro so che sul pianeta terra vi sono aree ricche ed aree povere. Nelle aree povere gli uomini muoiono continuamente perchè non hanno sufficienti sostanze da assumere. Questo l'ho appreso dai libri e da alcuni sistemi atti ad informarci su quello accade su tutto il pianeta. Io non ho mai visitato personalmente un'area povera.
L'Italia è dunque un'area ricca.
Abbiamo molte risorse e, per quanto ne so, molte di queste vengono pure non utilizzate ed eliminate. Quotidianamente ho la possibilità di procurarmi le sostanze fondamentali da assumere. Per quanto concerne quelle liquide ne posso usufruire in grande abbondanza avendo nello spazio chiuso in cui abito diversi erogatori di esse. Per quanto concerne quelle solide il discorso è più complesso in quanto il consumo di esse ha un costo. Non si tratta di un costo inaccessibile, non devo scalare nessuna montagna per procurarmele; devo piuttosto recarmi in alcuni appositi locali che mi danno queste sostanze in cambio di materiale cartaceo a cui noi uomini abbiamo attribuito un valore, la moneta. Vado in questi locali, e in Italia (come in tutte le aree ricche) ce ne sono tantissimi, consegno il materiale cartaceo e ricevo in cambio le sostanze solide, il cibo.
Anche il materiale cartaceo, la moneta, ha un costo. Questo costo si chiama lavoro e si sostanzia in un'attività (produzione di un bene o di un servizio), culturalmente ritenuta utile per la collettività. Colui che vuole procurarsi la moneta deve svolgere tali attività.
Il costo della moneta, ossia l'attività lavorativa, richiede l'acquisizione di competenze specifiche. Io sono in quella fase della vita in cui si fanno proprie tali competenze per poi poter iniziare l'attività lavorativa. Uno dei modi di apprendimento di tali conoscenze è lo studio universitario. Si tratta di un modo accessibile con maggiore facilità per coloro che provengono da nuclei familiari ricchi, ossia per coloro che sono figli di persone che svolgono un'attività lavorativa per la quale è previsto un compenso monetario alto. Infatti chi ha un compenso monetario alto ha la possibilità di procurare le risorse essenziali oltre che per sè anche per i figli. Essi hanno dunque la possibilità di accedere allo studio universitario senza la necessità di iniziare in giovane età un'attività lavorativa. Lo studio universitario, che di norma si svolge tra i 19 ed i 24 anni, consente l'acquisizione di conoscenze specifiche ed elitarie che permettono poi lo svolgimento di attività lavorative meglio retribuite. E quindi la possibilità di acquisire un dominio sempre più assoluto sul cibo.
In realtà, nell'area territoriale in cui vivo, con la moneta non si acquistano soltanto le risorse essenziali; con essa infatti è possibile acquistare beni di diversa natura. Alcuni di notevole importanza: lo spazio chiuso in cui si abita, detto casa; la materia con cui copriamo il nostro corpo per ripararci dal freddo, detta vestito. Altri di importanza più o meno secondaria: dalle cure mediche che ci permettono di far fronte alle malattie fisiche (e quindi di prolungare quello stato di consapevolezza di essere vivi), a prodotti che sono pensati per impegnare il tempo vitale nello svolgimento di determinate attività.
A volte si tratta di scoperte geniali che consentono un miglioramento della qualità della vita. Altre, invece, siamo di fronte a prodotti la cui evidente futilità è celata dalla propaganda con cui vengono lanciati che ce li fa apparire necessari ed insostituibili.
Ma per averli occorre la moneta e per avere la moneta, il più delle volte, occorre lo svolgimento di un'attività lavorativa.
Molti uomini pertanto lavorano a servizio dei produttori di questi beni non essenziali. Partecipano, mediante il lavoro, alla loro attività economica e ricevono in cambio moneta. I beni prodotti vengono messi sul mercato, ossia offerti in cambio di moneta e, quanto più viene decretata la necessità di essi, maggiore èla loro produzione, la loro vendita e quindi il guadagno del produttore.
In sostanza si verifica questo fenomeno: la maggiorparte dei soggetti svolge un'attività lavorativa al sevizio di alcuni pochi soggetti, i produttori. Svolgendo tale attività ricevono in cambio moneta. Attraverso la moneta possono acquistare gli stessi beni che producono. Più beni acquistano maggiore è il guadagno dell'attività produttiva. E in linea di massima questo maggior guadagno arricchisce la persona del produttore, essendo di norma fissa la remunerazione dei soggetti che lavorano per il processo produttivo a suo servizio.
Si riscontra pertanto in tale sistema un fenomeno di schiavitù generalizzata. Schiavitù quanto meno su due livelli: 1) nei confronti dei produttori, in quanto i lavoratori (così si chiamano i soggetti dipendenti che partecipano al processo produttivo) prestano la loro attività nell'interesse economico del produttore; 2) nei confronti delle cose, in quanto una delle spinte che inducono il lavoratore ad accettare tale condizione è data dalla persuasione di non poter rinunciare aqll'acquisizione dei beni che circolano nel mercato. Tutti gli uomini aspirano a tali beni poichè pensiamo che senza di essi la nostra vita non sarebbe felice. Li vediamo "nelle mani" degli altri e li vogliamo pure noi.
L'acquisizione di essi determina uno status sociale. Chi non ce li ha è un soggetto anomalo che rischia di essere tagliato dalla società. non si tratta del cibo, non dell'acqua, non della casa e nemmeno dei vestiti. Si tratta di strumenti più o meno futili. per essi rinunciamo alla nostra libertà dedicando la maggiorparte del nostro tempo alla loro produzione e diffusione.
E non so se questo sia giusto dato che siamo qui solo di passaggio.
Inoltre questo fenomeno viene culturalmente accettato attraverso una razionalizzazione. Si dice infatti che il reale motore di esso sia il progresso.
Ferma la mia convinzione che il progresso possa essere l'effetto, ma non la causa del fenomeno (che piuttosto deve individuarsi nell'interesse economico dei produttori), mi resta un dubbio: il progresso "materiale" tipico di questa società può ritenersi più importante del progresso dell'uomo in quanto tale? Non è forse una forma di progresso la liberazione dell'uomo da tale condizione di schiavitù, la rottura delle strutture di subordinazione dei rapporti di lavoro, la scoperta che è possibile vivere anche senza la maggiorparte dei beni prodotti da questa società, l'impiego del tempo libero per lo sviluppo delle facoltà umane?
Io credo che questo sia l'unico vero progresso, una coscienza collettiva tanto grande da rendere possibile la crescita individuale di tutti.
Non possiamo chiamare progresso l'utilizzo degli uomini come marionette sociali chiuse in un sistema lavorativo che non permette lo sviluppo delle facoltà intellettuali individuali!
4 May

SONO QUI DI PASSAGGIO


Sono Michele Rossetti e sono qui di passaggio.
Per quanto ne so questa mia presenza è determinata dall'incontro sessuale tra mio padre e mia madre, ma non ho nessuna certezza a riguardo.
Non mi ricordo in quanto feto e più precisamente posso dire di non avere ricordo dei miei primi tre anni di vita. Tre anni secondo il metodo di misurazione del tempo stabilito dalla cultura in cui vivo.
In questo momento ho 24 anni. Corre l'anno 2006, 2006 anni dopo la nascita di Cristo.
Vivo in Italia, una frazione del pianeta terra a forma di stivale, ossia di un indumento atto a coprire il piede. Il piede è l'estremità inferiore del corpo umano. L'uomo ha due piedi che hanno l'essenziale funzione di mantenerlo in equilibrio sul pianeta terra.
Sono solito, dunque, mantenermi in equilibrio in Italia.
Come detto, sono qui di passaggio in quanto, per quanto ne so, l'esperienza della vita è segnata oltre che da un inizio anche da una fine. Noi uomini siamo soliti chiamare questa fine morte. Io e i miei simili non sappiamo che cosa sia questa morte in quanto, essendo in vita, non l'abbiamo ancora sperimentata. Abbiamo però visto morire delle persone e, per quanto ci riguarda, il fenomeno si sostanzia nella completa paralisi di una persona: un uomo morto è un corpo immobile che non può più interagire con i vivi.
Dunque se le percezioni e le conoscenze che ho non sono un inganno, senz'altro quest'esperienza di paralisi toccherà anche a me. E quel giorno in cui mi capiterà, Michele Rossetti non passeggerà più sul pianeta terra.
Stando così le cose sono qui solo di passaggio.

BENVENUTO

Questo è il mio primo intervento.

Sarò conciso.

Arrivederci al prossimo intervento.